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di Antonio Mazzeo

  

Cane furioso, pazzo, sanguinario, assassino. A Washington descrivono così il colonnello Gheddafi, ma alla vigilia della guerra contro la Libia erano tanti gli ufficiali delle forze armate USA a tessere le lodi del leader africano. Era stato persino creato un canale diretto con la famiglia del rais, tanto che il 7 febbraio 2011 - una settimana prima che scoppiasse la rivolta nel paese - il più giovane rampollo di casa Gheddafi, Khamis, veniva ospitato dalla Air Force Academy del Colorado, l’esclusivo centro di formazione dell’aeronautica militare statunitense. “La visita, autorizzata dal Dipartimento di Stato, è stata organizzata da AECOM, società operante nel settore delle infrastrutture con grossi interessi in Libia”, rivela l’agenzia Associated Press. “Nel corso della sua visita, Khamis Gheddafi è stato ricevuto dal decano dell’accademia, generale Dana Born, e dal vice-intendente, colonnello Tamra Rank. Era pure prevista una tappa presso l’accademia militare di West Point (New York), ma il portavoce Francis J. DiMaro Jr. ha negato che essa abbia avuto luogo”.

Rientrato in Libia, il figlio ventisettenne del rais si sarebbe distinto alla guida di una delle brigate inviate a Zawiyah, cittadina a quaranta chilometri da Tripoli, per sedare la rivolta delle forze ribelli. Per le agenzie di stampa occidentali il blitz di sarebbe concluso nel sangue con decine e decine di morti.

Prima del tour di Khamis Gheddafi nelle scuole di guerra USA, erano stati i leader delle forze armate a stelle e strisce a recarsi in Libia ad omaggiare i capi del governo. Nel maggio 2010, ad esempio, il general maggiore William B. Garrett III, comandante al tempo di US Army Africa (la forza di terra per le operazioni nel continente nero ospitata a Vicenza), aveva raggiunto Tripoli per avviare una partnership duratura con l’esercito libico. “I tempi sono cambiati e devono cambiare le nostre relazioni”, dichiarava per l’occasione il generale che oggi guida l’intervento USA in Iraq. “La buona volontà della Libia ad aprire il dialogo con l’esercito statunitense è importante per far crescere la cooperazione regionale. Le discussioni a Tripoli di US Army Africa segnano un passo in vista di un lavoro con i militari libici. Oggi abbiamo una migliore conoscenza degli obiettivi da raggiungere e potremo lavorare insieme in vista della sicurezza, della stabilità e della pace in nord Africa…”. Meta-chiave della visita del generale Garrett, il quartier generale di North African Regional Capability (NARC), il comando della brigata per l’Africa settentrionale facente parte dell’African Standby Force, la forza di pronto intervento e stabilizzazione dell’Unione africana. Al capo delle unità meccanizzate dell’esercito libico, generale Ahmid Auwn, direttore esecutivo NARC, William B. Garrett prometteva l’impegno di US Army Africa a trasformare la brigata nordafricana “in una forza in grado di interagire con le altre forze di stabilizzazione regionale per operazioni a sostegno della pace”.

Il tour del generale USA si concludeva presso la sede del comitato nazionale per la cooperazione tecnica e l’alta scuola di formazione ufficiali libica, dove – come riporta la nota emessa dal comando USA di Vicenza – “ci si è soffermati sull’importanza della standardizzazione delle attrezzature e degli armamenti e sull’addestramento dei futuri leader militari”. “La visita di Garrett – prosegue la nota – segue l’incontro del comitato per la cooperazione militare che si è tenuto a Tripoli a fine febbraio, nel quale i delegati delle forze armate di Libia e Stati Uniti d’America hanno discusso temi d’interesse comune e programmato i prossimi eventi, tra i quali la visita di ufficiali libici alle scuole dell’esercito USA per partecipare a incontri sulla sicurezza delle frontiere e condurre attività congiunte nel settore medico ed elicotteristico”.

Un primo riavvicinamento tra Washington e Tripoli dopo decenni di forti ostilità era avvenuto nel gennaio 2006 quando tre società statunitensi, la ConocoPhillips e la Marathon Oil Corp. di Houston e la Amerada Hess Corp. di New York, avevano ottenuto dalla compagnia petrolifera statale libica l’autorizzazione a riprendere la ricerca e la produzione di idrocarburi nella regione di Waha, in cambio del versamento di 1,83 miliardi di dollari. Dopo l’affare fu riattivato il canale politico-diplomatico e nel settembre del 2008, l’allora segretaria di Stato, Consolezza Rice, si recava a Tripoli per la prima visita ufficiale USA in Libia dopo quella del 1953 di John Foster Dulles. “Questo viaggio segna un nuovo capitolo nella storia delle relazioni tra le due nazioni”, spiegava il vice segretario per gli affari in Medio oriente, David Welch. “La normalizzazione consentirà l’espansione della cooperazione bilaterale in numerose aree, come l’istruzione, la cultura, il commercio, la scienza e la tecnologia, la sicurezza e i diritti umani”. Poi le parole di sincero apprezzamento per l’onnipotente leader della repubblica della Giamahiria. “Io ho incontrate diverse volte il colonnello Gheddafi” dichiarava Welch. “È un uomo di grande personalità ed esperienza. È importante riconoscere che Gheddafi ha assunto alcune decisioni che hanno realmente cambiato lo stato delle cose. La Libia ha iniziato a riconoscere l’isolamento impostole per il suo coinvolgimento in passato in atti di terrorismo. Ha deciso inoltre di rinunciare alle armi di distruzione di massa e ai mezzi per produrle. Ciò è stato verificato dagli Stati Uniti e da altri paesi”.

Tre mesi dopo la storica visita a Tripoli di Condolezza Rice, USA e Libia firmavano un memorandum of understanding per l’avvio di programmi di addestramento congiunto e sviluppo dei sistemi d’arma. Nel marzo 2009, ufficiali della marina militare libica venivano ospitati a bordo della portaerei a propulsione nucleare USS Eisenhower in navigazione nelle acque del Mediterraneo per assistere ai decolli e agli atterraggio dei velivoli imbarcati. Il mese successivo, era un team dell’US Air Force ad essere invitato ad un meeting operativo nello scalo che ospitava gli aerei da trasporto C-130 delle forze armate libiche. Nel maggio 2009, la motovedetta Boutweeldella US Coast Guard approdava nel porto di Tobruq: si trattava della prima visita in Libia di un’unità militare statunitense dopo quarant’anni. Sotto il comando delle forze navali USA in Europa e Africa (Napoli), l’imbarcazione era impegnata in attività di pattugliamento, interdizione e lotta alla pirateria nelle acque del Corno d’Africa e del Golfo Persico. Durante la sosta a Tobruq, sullaBoutweel venivano ospitati ufficiali libici per dei breafing sulla ricerca e i salvataggi marittimi, il controllo dei sistemi di sicurezza navali e l’uso dei mezzi d’identificazione automatica.

Da annoverare infine le cordiali relazioni dei militari libici con US Africom, il comando per le operazioni nel continente africano istituito dal Pentagono. Nel settembre 2009, una delegazione ad alto livello composta dai colonnelli Mustafa Washahi, Mohamed Abdelgane e Mohamed Algale veniva ricevuta nel quartier generale di Stoccarda (Germania) dal comandante in capo di Africom, generale William E. Ward, dal viceammiraglio Robert T. Moeller, responsabile per le operazioni militari, e dall’ambasciatore Tonu Holmes, coordinatore delle attività civili-militari. Gli ufficiali libici venivano pure invitati nella base aerea di Ramstein, sede del comando delle forze aree USA in Europa ed Africa, negli studi dell’emittente radiotelevisiva delle forze armate AFN-Europe di Mannheim e nella redazione del quotidianoStars and Stripes di Kaiserslautern. Il generale William E. Ward avrebbe ricambiato il viaggio di cortesia recandosi in due occasioni a Tripoli. “Ho avuto un incontro cordiale ed amichevole con il colonnello Gheddafi con cui ho parlato del Comando USA per l’Africa”, racconterà Ward ai cronisti di Al Musallh, l’organo ufficiale delle forze armate libiche. “Sono molto contento di aver avuto il modo di trascorrere del tempo con lui per parlare di cose importanti. Abbiamo discusso su questioni relative alla sicurezza in Africa e su come possiamo lavorare insieme per raggiungere i comuni obiettivi della pace e della stabilità. Noi possiamo sostenere questi sforzi in settori come l’addestramento militare e la fornitura limitata di equipaggiamento per far crescere le capacità operative libiche”. Per il generale Ward, Tripoli potrebbe giocare un ruolo fondamentale nello sviluppo delle brigate d’intervento dell’Unione africana, a cui il Dipartimento di Stato e della Difesa hanno destinato un apposito programma di assistenza, affidandone la gestione ad US Africom. “Penso che il Colonnello sia stato felice di ascoltarmi e che alla fine della conversazione abbia apprezzato le informazioni che gli ho fornito sugli obiettivi e le aspirazioni del nostro comando”, ricordava Ward su Al Musallh. Ancora uno stregone corteggiato dall’Impero.


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di Antonio Mazzeo

  

Washington annuncia la propria disponibilità a cedere a Francia e Gran Bretagna la leadership nella conduzione della guerra contro la Libia ma potenzia intanto il proprio dispositivo militare nel Mediterraneo. La forza anfibia di pronto intervento Bataan ARG salperà entro 48 ore dalla costa atlantica degli Stati Uniti d’America per raggiungere le unità navali già impegnate nelle operazioni di bombardamento contro il regime di Gheddafi. “La task force sarà attiva sin dalla prossima settimana”, ha affermato il portavoce del comando della II Flotta della marina militare statunitense. “La Bataan ARG opererà a supporto del piano d’intervento USA ed internazionale associato alla crisi in Libia ed è preparata a condurre missioni che vanno dalla presenza navale avanzata alle operazioni di sicurezza marittima, alla cooperazione di teatro e all’assistenza umanitaria”.

Della forza di pronto intervento faranno parte la nave d’assalto Bataan, una delle unità maggiormente impegnate in questi anni nelle operazioni di guerra in Iraq, la nave da trasporto Mesa Verde e la portaelicotteri Whidbey Island. Le unità imbarcano complessivamente 3.200 marines, una decina di nuovi aerei multimissione a decollo verticale V-22 “Ospreys”, una ventina di elicotteri d’assalto CH-46 “Sea Knight” e CH-53E “Super Stallion” e un imprecisato numero di sofisticati sistemi missilistici e cannoni navali. Prima di salpare per il viaggio attraverso l’oceano, sulle unità della task force saranno imbarcati gli uomini e i mezzi della 22nd Marine Expeditionary Unit di stanza nella base di Camp Lejeune, North Carolina, unità di pronto intervento più volte operativa negli scacchieri di guerra mediorientali e in Africa orientale e occidentale. Con i marines viaggeranno pure il Tactical Air Control Squadron 22 dell’US Air Force con base a Davis-Monthan, Arizona, l’Helicopter Sea Combat Squadron 28 della US Navy di San Diego, California e il Fleet Surgical Team 8 di Little Creek, Virginia.

Sempre secondo il Comando della II Flotta USA, “l’installazione della forza anfibia è stata accelerata per aiutare le unità del Kearsarge Amphibious Ready Group che opera nel Mediterraneo dall’agosto 2010” e che è uno dei maggiori protagonisti del conflitto scatenato contro la Libia. Di questo gruppo anfibio fanno parte la nave d’assalto “Kearsarge” (1.893 marines, 27 aerei V-22, 6 elicotteri SH-60F più una serie di batterie missilistiche “Sea Sparrow” e “Rolling Airframe”), l’unità da trasporto “Ponce” (516 uomini e una dozzina di elicotteri d’assalto) e la nave da sbarco “Carter Hall” (419 marinai). A bordo sono ospitati pure l’Helicopter Sea Combat Squadron 22 della United States Navy Riserve, dotato di elicotteri MH-60S “Knight Hawk” e la 26th Marine Expeditionary Unit del corpo dei marines, che con i propri aerei a decollo verticale “AV-8B Harrier II” ha tempestato i target terrestri libici con bombe a caduta libera Mk 82 e 83 e con missili aria-superficie AGM-65 “Maverick” e AGM-88 “HARM”. Le altre unità impegnate sono la nave-comando della VI Flotta “Mount Whitney”, i cacciatorpedinieri della classe “Arleigh Burke” MasonBarry e Stout (quest’ultimo più volte approdato a Palermo ed Augusta), armati con i sistemi a lancio verticale “ASROC” e con i micidiali missili da crociera per l’attaccato a terra “Tomahawk” con un raggio di azione di 1.700 miglia nautiche, 120 dei quali utilizzati nelle prime 24 ore di conflitto. Secondo quanto denunciato dal ricercatore Massimo Zucchetti, del Politecnico di Torino, i “Tomahawk” conterrebbero al proprio interno uranio impoverito per perforare le corazze dei mezzi blindati, con la conseguenza che si ripeta in Libia l’inquinamento radioattivo scatenato con l’intervento “umanitario” in Kosovo nel 1999.

Il Dipartimento della difesa ha schierato nel Mediterraneo pure due sottomarini a propulsione nucleare della classe “Los Angeles” (Providence e Scranton) e uno della classe “Ohio” (Florida), anch’essi dotati di “Tomahawk”. Alle operazioni di guerra parteciperebbe pure la portaerei nucleare USS Enterprise, la più lunga al mondo (393 metri, 66 caccia e un equipaggio composto da 3.500 marinai e 1.500 aviatori), dislocata da una decina di giorni nelle acque del Mar Rosso.

Sino ad oggi, il comando delle operazioni statunitensi è stato attribuito dal presidente Obama e dal segretario alla difesa Gates al generale Carter Ham, responsabile di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano basato a Stoccarda. Dal punto di vista operativo, la joint task force Odissey Dawn è posta sotto il comando dell’ammiraglio Samuel J. Locklear III a capo di US Naval Forces Europe and Africa (Napoli). La forza d’intervento è supportata da due componenti, una per le operazioni marittime (il comando è a bordo della nave Mount Whitney), e unaa per le operazioni aeree, con base a Ramstein (Germania). Il bombardamento contro la Libia è un vero e proprio battesimo di fuoco per Africom. Nei primi giorni di marzo, il comando statunitense aveva pure coordinato le operazioni di trasporto aereo al Cairo di oltre un migliaio di lavoratori egiziani fuggiti in Tunisia dalla Libia.

Nel corso di un briefing, il vice-ammiraglio Bill Gortney, direttore dello staff congiunto di Odissey Dawn, ha dichiarato che ai bombardamenti hanno già partecipato 15 cacciabombardieri dell’US Air Force (tre aerei invisibili B-2 “Spirit Bomber”, quattro F-15 ed otto F-16. L’alto ufficiale non ha voluto rivelare le basi da cui sarebbero partiti gli aerei, ma ha ammesso che alcuni di essi “hanno richiesto il rifornimento in volo da parte di alcuni aerei cisterna”. “Durante le loro missioni – ha specificato Gortney – tutti i velivoli da guerra hanno sganciato bombe a guida GPS”. È presumibile che buona parte dei caccia siano partiti dalla base aerea di Aviano (Pordenone), sede di due squadroni della 31esima fighter wing dell’aeronautica militare statunitense e dove - secondo fonti ufficiali del Pentagono - nella giornata del 18 marzo sono stati trasferiti cinque caccia F-18, due aerei da trasporto C-17 e un C-130 USA.

Agli attacchi contro target libici hanno poi partecipato gli AV-8B “Harrier II” del Corpo dei marines, decollati dalla nave d’assaltoKearsarge, i velivoli EA-18G “Growlers” dell’US Navy per la guerra elettronica e il rilevamento dei segnali radar, gli aerei-spia RC-135 “Rivet Joint”, dotati di apparecchiature per la raccolta dati e l’intelligence, e gli EC-130H “Compass Call” in grado di disturbare le comunicazioni nemiche. Sempre nel campo delle nuove tecnologie elettroniche, all’azione contro la Libia partecipano i velivoli senza pilota “Global Hawks” dell’US Air Force, operativi nella base siciliana di Sigonella dallo scorso mese di ottobre. Il Pentagono starebbe pure utilizzando altri velivoli UAV di minori dimensioni, come i “Reaper” e i “Predator”, armati con i missili per l’attacco terrestre “Hellfire”. È prevedibile, infine, che gli Stranamore d’oltreoceano non si lascino sfuggire l’occasione di utilizzare il territorio libico per sperimentare i nuovi caccia supersonici “per la superiorità aerea” F-22 “Raptor”, con capacità stealth. L’inferno a Tripoli e Bengasi è un’ottima vetrina per i prodotti di morte del complesso militare industriale degli Stati Uniti d’America.


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 di Antonio Mazzeo


 


 


Tra meno di una settimana l’ex villaggio dei militari USA di Mineo (Catania), di proprietà privata, sarà trasformato in un grande centro detentivo per gli oltre 2.000 richiedenti asilo ospitati sino ad oggi nei CARA (Centri di accoglienza richiedenti asilo) sparsi sul territorio nazionale. Il “piano d’emergenza” varato dal ministro Maroni prevede che negli ex CARA vengano smistati i cittadini stranieri in fuga dalla Libia e che in caso di esodi massicci dal nord Africa i prefetti possano “requisire residence o altre strutture abitative” da convertire in “centri per migranti”. “Il potere di requisizione sarà in capo al Commissario straordinario per l’emergenza immigrati, il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, ma si tratterà comunque di uno strumento provvisorio e limitato nel tempo”, riferiscono al Viminale. Ben altra durata avrà invece il supercentro di Mineo, eufemisticamente denominato “Villaggio della solidarietà”, che nelle intenzioni del governo farà da “modello di eccellenza in Europa nell’accoglienza dei richiedenti asilo”.


Le deportazioni avverranno con “gradualità, in modo che non ci siano contraccolpi per il territorio”, come annunciato dal presidente della provincia di Catania, Giuseppe Castiglione (coordinatore regionale del Pdl), grande sostenitore del piano Mineo. “L’avvio del progetto – spiega Castiglione – sarà accompagnato da un Patto per la sicurezza sottoscritto da tutti i sindaci della zona e dal ministero dell’Interno per definire quali misure attuare non solo all’interno del villaggio, ma su tutto il territorio interessato, attraverso la realizzazione di sistemi integrati di videosorveglianza e il potenziamento dei mezzi, delle strutture e dei presidi esistenti e degli uomini delle forze dell’ordine”. Il ministro della difesa La Russa non ha perso tempo e ha ordinato intanto il trasferimento nella provincia di Catania di 60 militari dell’Arma dei carabinieri per “incrementare la sicurezza nei comuni interessati dall’emergenza profughi”. I primi uomini, ovviamente, hanno raggiunto la locale stazione di Mineo comandata  dal maresciallo Domenico Polifrone.


Nonostante l’apparato sicuritario ordinato dal governo per presidiare il nuovo villaggio-prigione, il presidente Castiglione enfatizza le offerte “d’integrazione sociale” che saranno avviate a Mineo: “Secondo il progetto del ministro Maroni, il Centro prevedrà al suo interno assistenza sanitaria e attività di formazione e mediazione linguistica, nella scommessa di renderlo una realtà pilota e d’avanguardia. Tutto ciò con il coinvolgimento delle cooperative sociali del territorio e dell’indotto locale”. In verità, l’intenzione sarebbe quella di affidare la gestione alla Croce Rossa Italiana, con trattativa d’urgenza e senza l’indizione di una gara come invece fatto in passato nei CARA. Un business, quello dell’“accoglienza”, che sta suscitando appetiti a destra e manca. Conti alla mano, i 45-50 euro al giorno in budget per ogni richiedente asilo, moltiplicati per i 2.000 “ospiti” di Mineo comporteranno introiti per circa 3 milioni di euro al mese, più il canone che il governo verserà alla Pizzarotti S.p.A., la società di Parma proprietaria del villaggio, che dal Dipartimento della difesa statunitense riceveva per l’affitto delle 404 villette, 8,5 milioni di dollari all’anno. Nel piccolo centro siciliano è già sorto il Comitato “Pro – Residence della Solidarietà”, promosso dalla locale sezione UIL e dalla cooperativa sociale Sol.Calatino S.C.S.. “Nel residence saranno impiegati almeno 300 operatori sociali per le attività di accoglienza ed integrazione e le imprese locali troveranno spazio nella fornitura dei beni dei servizi, con una evidente ricaduta positiva sull’economia locale”, annunciano in un manifesto affisso in città. “A tal proposito chiediamo all’amministrazione comunale di sostenere la sperimentazione del progetto istitutivo del CARA, legandolo alla programmazione sociale del territorio attraverso il Patto territoriale dell’economia sociale del Calatino Sud - Simeto, favorendo l’inserimento lavorativo dei cittadini di Mineo”. Il Patto territoriale - finanziato dall’Unione europea - vede come una degli attori proprio Sol. Calatino, filiazione locale del potentissimo consorzio Sol.Co di Catania, uno dei più grandi di tutta la Sicilia con 140 cooperative, che dopo la decisione di Washington di abbandonare Mineo aveva espresso l’interesse a insediare nel residence “un’agenzia di inclusione sociale in cui poter accogliere le persone che si trovano in un momento difficile”. I rifugiati, appunto.


Nonostante l’appello della coop, solo 10 sindaci del comprensorio su 15 si sono dichiarati favorevoli al piano di confino dei richiedenti asilo. I comuni di Castel di Iudica, Caltagirone, Grammichele, Ramacca e Mineo hanno invece ribadito la loro avversione con una lettera inviata al ministro Maroni. “Il modello Mineo – scrivono i 5 sindaci - non risponde all’idea che abbiamo consapevolmente maturato, sulla scorta dell’esperienza di effettiva integrazione portata avanti nelle nostre comunità. Non ci piace che almeno duemila persone vengano deportate in un luogo senza i necessari presidi e senza vere opportunità di inclusione, in una condizione di segregazione che potrebbe preludere da un lato a rivolte sociali, dall’altro indurre alcuni di loro, a fronte di una stragrande maggioranza pacifica e ispirata alle migliori intenzioni, a mettere a dura prova le condizioni di sicurezza del territorio”.


“Il governo - continua la lettera – dovrebbe rendersi conto che, al di là delle buone intenzioni, al Residence degli Aranci si rischia di innescare una bomba sociale dalle enormi proporzioni, a scapito dei rifugiati stessi, delle nostre popolazioni e di quanto esse hanno sin qui realizzato per un’accoglienza sostenibile ed efficace”. Dichiarandosi disponibili ad accogliere sino a 400 immigrati, i sindaci concludono che la “vera accoglienza si costruisce solo dentro un tessuto di relazioni e una rete diffusa di servizi che aiuti gli immigrati a inserirsi, per piccoli gruppi, nelle comunità e rappresenti per loro e per le professionalità che si trovano numerose e qualificate nel nostro territorio, un’effettiva opportunità”.


Forte preoccupazione per l’apertura del centro è stata espressa in diverse occasioni pure da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite. “Si tratterebbe di trasferire dagli otto centri per richiedenti asilo coloro che già sono dentro, di ogni nazionalità, dagli afgani, agli eritrei, ai somali, un gran numero di persone tutte in uno stesso centro, con i problemi che questo porrebbe”, ha dichiarato la Boldrini. “Si verrebbe a sradicare così il sistema d’asilo che, con tutti i suoi limiti, sta funzionando bene”. Dello stesso avviso anche il Tavolo Asilo composto da diverse associazioni nazionali (Acli, Arci, Asgi, Casa dei diritti sociali, Centro Astalli, Cir, Comunità S. Egidio, Fcei, Senza Confine). “Tale misura, che minerebbe alle fondamenta il buon funzionamento del sistema asilo costruito faticosamente nel corso degli ultimi anni, non appare conforme alle vigenti normative sulle procedure di esame delle domande di asilo, neppure alla luce della decretazione d’urgenza”, afferma il Tavolo. “Va evitata un’applicazione generalizzata di misure di detenzione, specie se arbitrarie, a chi chiede protezione poiché ciò stravolgerebbe il principio fondamentale del diritto ad un’accoglienza in condizioni di libertà. In particolare va evitato di ricorrere solo o prevalentemente a strutture di grandi dimensioni, poiché l’esperienza ha ampiamente dimostrato come la loro gestione risulti assai costosa e comprometta in partenza una buona relazione con il territorio. Vi sono invece tutte le condizioni per privilegiare un’accoglienza diffusa, facilmente attivabile in tempi brevi e a costi contenuti anche ricorrendo alle esperienze già consolidate nel sistema degli oltre 130 comuni italiani aderenti allo SPRAR (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati)”.


Contro il piano di deportazione, l’1 marzo si è tenuta una manifestazione di fronte ai cancelli dell’ex villaggio USA, presenti i rappresentanti catanesi di Arci, Centro popolare Experia, Cobas, Coordinamento immigrati contro la sanatoria truffa, LILA, Officina Rebelde, Red Militant, Rete Antirazzista e Rifondazione comunista. Per Alfonso Di Stefano della Rete Antirazzista, non ci sono dubbi che a Mineo opererà “l’ennesimo centro di detenzione per persone che non hanno commesso alcun reato”. “Nel residence sono venuti fuori negli ultimi giorni muri e recinzioni, costruiti da una ditta ignota che si è guardata bene ad esporre i cartelli sui lavori come previsto dalla legge”, denuncia Di Stefano. “La scelta del governo, nella sua logica segregazionista, è diametralmente opposta all’esemplare esperienza di Riace, dove l’associazione Città futura accoglie centinaia di rifugiati in un paese con meno di 2.000 abitanti dimostrando che valorizzare la solidarietà come risorsa per lo sviluppo locale è possibile e che l’accoglienza è molto più economica della crescente militarizzazione dei territori e delle coste”.


Sulle funzioni decisamente detentive che saranno assunte dal centro di Mineo è intervenuto il giurista Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo. “Se fosse un vero centro di accoglienza non ci sarebbe bisogno dello schieramento militare e dei cordoni di polizia”, spiega il docente. “Appare evidente che il governo vuole sfruttare questa ennesima emergenza per trasformare il regime del trattamento dei richiedenti asilo, che in base alle direttive comunitarie ed al nostro ordinamento interno, non possono essere trattenuti in un centro chiuso. Inoltre è alto il rischio che il governo deporti da un centro all’altro, per tutta l’Italia, coloro che sono già in regime di accoglienza e che questo spezzi i legami di integrazione già costruiti ed abbatta le possibilità di presentare ricorsi contro i dinieghi di status”. Per Fulvio Vassallo Paleologo si dovrebbe invece applicare a coloro che fuggono dal Maghreb gli istituti della protezione umanitaria previsti dall’ordinamento e la normativa sull’accoglienza dei profughi nel caso di afflussi di massa, “in base all’art. 20 del T.U. 286 del 1998 sull’immigrazione”. Norme inapplicate così come non è mai stata attivata fino ad oggi la direttiva 2001/55 dell’Unione europea sulla “protezione temporanea”. Come rilevato da Michele Cercone, portavoce della Commissaria europea per gli affari interni, Cecilia Malmstrom, la direttiva “prevede la concessione, su proposta della Commissione e con approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio, dello status di rifugiato per un periodo di tempo limitato a persone che fuggono da paesi in cui la loro vita sarebbe a repentaglio in caso di ritorno”.


“In verità non c’è ancora una idea chiara né da parte del governo nazionale né da quelli locali sul modo in cui vogliono realmente affrontare l’accoglienza”, commenta la sociologa delle migrazioni Tania Poguish. “L’arrivo in Italia viene ancora gestito con lo stesso meccanismo di repressione e smistamento di esseri umani. Dei giovani migranti giunti a Lampedusa si vuol confezionare un bel pacco da rispedire indietro appena si calmano le acque. Dopo i buoni propositi annunciati dal ministro Maroni sui migranti che potevano essere accolti nel residence di Mineo si è finalmente scoperta: i richiedenti asilo che godrebbero di questo privilegio sono quei giovani che hanno avuto la fortuna di raggiungere la sponda europea prima della politica feroce del respingimento in mare e sono riusciti a fare richiesta di asilo nella frontiera Lampedusa. Questi giovani hanno un altro passato e percorso personale da raccontare e sono sicuramente stati violati nel loro diritto umano di rifugiato riconosciuto, ma nello stesso tempo non garantito secondo le leggi internazionali, che paesi come Germania e Francia rispettano garantendo assistenza sociale e sanitaria”. Per la sociologa siciliana, spetta al mondo dell’associazionismo proporre “non il tavolo sulla solita pietistica accoglienza, ma un’alleanza con quei giovani della sponda sud del Mediterraneo che si sono ribellati al nuovo ordine mondiale e con i quali si può costruire il Mediterraneo della crescita culturale e sociale che include e non crea non persone”.


 

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di Antonio Mazzeo


Il traliccio alto 36 metri è stato installato in tempi record e si attendono le ultime autorizzazioni per accendere il potente radar che darà la caccia alle imbarcazioni dei migranti nel mar Mediterraneo. L’ultimo strumento di vigilanza anti-sbarchi sorge nel cuore di una delle aree più pregevoli della Sicilia sotto il profilo ambientale, paesaggistico ed archeologico, Capo Murro di Porco, all’interno dell’area marina “protetta” del Plemmirio di Siracusa. Il radar è stato acquistato dal Comando generale della Guardia di finanza utilizzando un fondo speciale dell’Unione europea per il contrasto dei flussi migratori. Sarà integrato nella nuova Rete di sensori di profondità per la sorveglianza costiera che la Gdf sta attivando nel sud Italia e in Sardegna con scarsa attenzione per l’ambiente, la salute e la difesa dei diritti umani. Come nel caso di Siracusa, le aree dove installare i radar ricadono all’interno di parchi e riserve naturali. E i potenti dispositivi a microonde sono prodotti dalla Elta Systems, società interamente controllata dal colosso industriale militare ed aerospaziale israeliano IAI.


Il nome in codice EL/M-2226 ACSR (Advanced Coastal Surveillance Radar) ed il sistema è stato progettato appositamente per individuare imbarcazioni veloci di piccole dimensioni sino ad una distanza dalla costa di 50 chilometri. “Il radar è in grado di mantenere sottocontrollo oltre cento bersagli contemporaneamente”, affermano i manager di Elta Systems. “Il riconoscimento dei gommoni impiegati nell’immigrazione clandestina avviene con l’analisi, per ogni natante avvistato, della velocità, rotta, provenienza, dimensioni, numero di persone a bordo. Opera 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, anche in condizioni climatiche particolarmente avverse, in network con altri tipi di sensori installati su imbarcazioni navali, aerei ed elicotteri”. Tutti i dati raccolti verranno poi inviati al Centro di comando e controllo generale della Guardia di finanza che darà il via alle operazioni aeree e navali di respingimento con le modalità sperimentate in questi giorni di crisi umanitaria nel Canale di Sicilia. Ne sanno qualcosa i 64 migranti a bordo del peschereccio battente bandiera egiziana intercettato tra Caucana e Capo Scalambri, a Marina di Ragusa, la notte tra il 14 e il 15 febbraio. Secondo quanto documentato dai reporter de Il Clandestino di Modica, uno dei militari a bordo dei mezzi della Gdf avrebbe sparato “in aria” durante l’inseguimento dell’imbarcazione egiziana, colpendo ad un braccio un giovane migrante di 25 anni. “Si è trattato di un evento accidentale causato del mare forza 5”, ha spiegato il maggiore Massimiliano Pacetto che non ha inteso chiarire come mai, in un primo momento, la vittima fosse stata pure accusata, ingiustamente, di essere uno dei piloti del peschereccio. Per i media niente più di un insignificante incidente collaterale della crociata anti-sbarchi.


Sono anche le vicende antecedenti alla costruzione del traliccio-radar nel Plemmirio che la dicono lunga sul modus operandi delle autorità militari. L’associazione Plemmyrion di Siracusa che ha richiesto, inutilmente, la sospensione dei lavori, denuncia che “gli enti preposti, con iter burocratico di sorprendente velocità ed autorizzazioni concesse in meno di dieci giorni, hanno consentito l’istallazione di un mostro ad altissima frequenza che sprigiona onde elettromagnetiche, reputate pericolosissime per la salute umana, che con un movimento di 360 gradi attraverseranno tutto il territorio della Penisola Maddalena, di Ortigia, cuore della città di  Siracusa, della Fanusa, dell’Arenella, dell’Ognina, zone residenziali e balneari”. Nonostante nella zona esistesse da tempi remoti un Centro logistico della Guardia di finanza (località Massolivieri), l’8 luglio 2010 il Comune di Siracusa, con determina dirigenziale, autorizzava il Reparto tecnico logistico amministrativo Sicilia della Gdf ad occupare “a titolo gratuito” un’area di proprietà comunale di mq 88 presso la stazione di sollevamento fognario di Capo Murro di Porco, vicino al faro di segnalazione al Plemmirio, per installare il nuovo impianto radar. La relativa convenzione tra il Comune e i militari veniva firmata il successivo 2 settembre e il 21 ottobre, a soli 8 giorni dalla richiesta di costruzione dell’impianto, l’ingegnere capo del Comune informava il Comando della Gdf che per l’intervento non erano necessari i provvedimenti autorizzativi, riconoscendone il “carattere di opera destinata alla difesa nazionale”. Sempre secondo i funzionari comunali, l’area rientrava già nella disponibilità dei militari che l’avevano utilizzata per anni per localizzarvi un’antenna radio. Solo che di quest’altro impianto militare non c’è traccia negli archivi dell’ente locale.


Mentre la Commissione urbanistica veniva tenuta all’oscuro del progetto del radar al Plemmirio, nessun rilievo veniva sollevato dal Genio Civile di Siracusa e dalla SAI 8, consegnataria per la gestione del pubblico acquedotto. “Quest’ultima però ha permesso alla Guardia di finanza di costruire il manufatto in contrada Casevacche, in un luogo difforme alla convenzione del Comune che invece faceva riferimento all’impianto di sollevamento fognario di Capo Murro di Porco, distante 2 km”, denuncia l’associazione Plemmyrion. “L’impianto è stato inoltre realizzato non rispettando né l’area stabilita di 88 mq né le distanze dai confini riscontrabili sulla pianta del progetto. In tutta la documentazione non vengono riportate, per individuare inequivocabilmente la sua destinazione, le indicazioni catastali di numero di mappa e particella. Quelle prodotte in alcuni elaborati ed ad alcuni enti vengono indicate in modo approssimativo e risultano essere di proprietà di terzi e non del Comune di Siracusa”. Del rimescolamento di luoghi e piantine non se n’è accorta invece la locale Soprintendenza ai beni culturali e ambientali, che ha autorizzato l’impianto il 29 ottobre 2010 “ai fini della difesa strategica del territorio nazionale”.


Gli ambientalisti sottolineano invece come la scelta di posizionare il radar presso le vasche d’acqua dell’acquedotto sia “estremamente pregiudizievole per la comunità residenziale, in quanto l’intero abitato del Plemmirio verrebbe a trovarsi, di fatto, fra la sorgente del fascio elettromagnetico generato dal radar ed il mare da sorvegliare, dove presumibilmente potrebbero essere superati i limiti d’esposizione ai campi elettromagnetici previsti dal decreto 10 settembre 1998, n. 381”. Con l’entrata in funzione dell’antenna si andrebbe a vanificare indiscutibilmente l’intero sviluppo della zona. “Il PRG - aggiunge Plemmyrion - prevede la realizzazione di una strada di collegamento tra l’acquedotto e le aree adibite a campeggio, ma non si possono di certo realizzare strutture frequentate da turisti, scolaresche e dove si preservano esemplari viventi della fauna e della flora accanto a manufatti ad alto impatto elettromagnetico”.


L’effetto visivo della torre del radar, proprio in prossimità della linea costiera, fa a pugni con la singolare bellezza dei luoghi. Intorno a Capo Murro di Porco sono state individuate importanti testimonianze del passato, come la “Grotta Pellegrina”, abitata sin dalla preistoria, o le cisterne per l’acqua piovana probabilmente risalenti al secolo XIX. A punta della Mola esiste una necropoli dell’età del bronzo con tracce del villaggio annesso e lungo la costa esistono ben sei cave estrattive di età greca (le cosiddette “latomie”) e i resti dell’antico quartiere sub-urbano del Plemmyriom. Uno studio dell’Università degli studi di Catania, riportato nella Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 20 febbraio 1993, ha descritto il patrimonio naturale del Plemmirio. “La flora di questa zona è quella delle aree rocciose a clima subtropicale arido con essenze tipiche del bacino del Mediterraneo”, vi si legge. “Prevale la gariga a palma nana (specie protetta), che qui è rappresentata con il palmeto più esteso della provincia (quasi un chilometro quadrato). Nelle zone meno esposte a sud, più umide, è possibile imbattersi in residui lembi di macchia a lentisco e mirto”. Sono pure presenti importanti specie arbustive come il Sarcopoterium spinosum (spinaporci) che nel territorio italiano esiste esclusivamente in piccole aree della Sardegna e della Puglia. La Penisola della Maddalena è un importante punto di osservazione dei passeriformi migratori e degli uccelli marini. Tra gli animali rari si contano il discoglosso dipinto, il biacco, la testuggine, l’istrice, la volpe e la donnola. I fondali di Capo Murro di Porco consentono l’osservazione dei grandi pesci pelagici come tonni, ricciole, squali e dei mammiferi marini come delfini, balene e capodogli. Nei fondali più bassi è possibile incontrare vaste praterie di Posidonia con giganteschi esemplari di Pinna nobilis, la conchiglia più grande del Mediterraneo, e colonie di coralli come l’Astroides calycularis. Numerose le grotte sommerse “ricche di vita bentonica e nectonica con coralli solitari, spugne, briozoi, cicale di mare e nudibranchi”.


Nonostante il Plemmirio sia dal 2005 un’area marina “protetta”, il progetto d’installazione della torre e del radar anti-migranti non è stato sottoposto a valutazione dell’incidenza, come previsto dalla direttiva 92/43/CEE del 21 maggio 1992, relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. Manca inoltre uno studio sull’impatto elettromagnetico dell’impianto. Eppure l’EL/M-2226 ACSR fa parte della famiglia di trasmettitori in X-band (dagli 8 ai 12.5 GHz di frequenza), quelli che operano cioè emettendo microonde. “L’ARPA Sicilia, da noi interpallata, ha ribadito che non è stato fornito alcuno studio da parte dell’amministrazione militare, anche se non dovuto, facendo notare che manca, di fatto, una valutazione sui potenziali effetti elettromagnetici sugli organismi vegetali ed animali e sull’ecosistema della riserva oltre che sul personale addetto ed ai visitatori”, affermano i responsabili del gruppo ambientalista siracusano.


Con la dichiarazione di guerra ai migranti non è possibile andare per il sottile con studi e valutazioni d’incidenza; i radar sono poi un grande affare, per chi li produce (gli israeliani) e per chi l’installa, l’AlmavivA di Roma. A quest’ultima, il Comando generale della Guardia di finanza ha appaltato lavori per 5.461.700 di euro in vista della nuova Rete di cinque sensori di profondità EL/M 2226, quasi un milione e 100 mila euro ad antenna. E questo senza l’indizione e la pubblicazione del bando di gara nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, con la motivazione ufficiale che “i lavori e i servizi possono essere forniti unicamente da una determinata fornitrice, la AlmavivA SpA, che possiede le prescrizioni di natura tecnica e i diritti esclusivi dei materiali”.


Importante contractor nel settore delle nuove tecnologie di NATO e forze armate italiane, la società di Roma vanta un fatturato annuo di 865 milioni di euro e manager di altissimo livello. Presidente e azionista di maggioranza di AlmavivA è l’ingegnere Alberto Tripi, già manager IBM ed ex consigliere IRI, poi fondatore di COS S.p.A., società leader nella fornitura di servizi informatici e call center. Attualmente Alberto Tripi fa parte del consiglio direttivo di Confindustria ed è pure presidente di InItalia, il consorzio per l’informatica costituito da AlmavivA, Engineering ed Elsag Datamat (Finmeccanica). Amministratore delegato del gruppo è il figlio Marco Tripi, ex dirigente della Banca Nazionale del Lavoro; vicepresidente è invece Giuseppe Cuneo, sino al 2004 amministratore delegato di Elsag. Un business tra civile e militare quasi tutto in famiglia.


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di Antonio Mazzeo


Un affare da centinaia di milioni di euro, la realizzazione a Belpasso, in provincia di Catania, di un nuovo villaggio per i militari della base di Sigonella. In pista ci sono proprio tutti: una grande impresa edile che ha fatto della Sicilia il suo Eldorado, il professionista-cerniera tra legale e illegale, il boss di una cosca mafiosa, l’intero stato maggiore del movimento politico del governatore dell’isola, Raffaele Lombardo. Il progetto, però, incide su un terreno ad alto rischio idrogeologico e qualche funzionario locale storce il muso. Ma da Palazzo dei Normanni arriva un suggerimento: “Ci pensi l’amico di Catania a risolvere ‘sta storia!”.


All’ennesimo scempio edilizio ordito per accaparrarsi l’oro americano di Sigonella è dedicato uno dei capitoli dell’ultima inchiesta su mafia e appalti in Sicilia orientale (Operazione Iblis), che nel novembre 2010 ha visto la procura distrettuale antimafia di Catania emettere 48 mandati di custodia cautelare contro politici, amministratori, imprenditori e boss mafiosi. A predisporre il progetto, la SAFAB - Società Appalti e Forniture per Acquedotti e Bonifiche, Spa con sede a Roma e un invidiabile portafoglio lavori in Sicilia, dal parcheggio multipiano del Palazzo di Giustizia di Palermo all’ampliamento della strada Gela-Aragona, dai lavori di costruzione della diga Desueri di Gela e delle reti irrigue dell’invaso di Lentini alla realizzazione di un termovalorizzatore e due discariche rifiuti a Bellolampo (Palermo). In vista dei lavori per il complesso USA, la SAFAB aveva costituito due società, la Volcano Housing e la Volcano Inn, nelle quali aveva una partecipazione Paolo Ciarrocca, ex membro del consiglio d’amministrazione e direttore tecnico dell’azienda madre. “Fatte le società con i proprietari dei terreni - ha raccontato Ciarrocca – il progetto però si era arenato presso l’ufficio del Genio civile di Catania perché vi era un conflitto di competenza con l’Assessorato regionale territorio ed ambiente anche in relazione al mutamento di destinazione d’uso dei terreni”. L’ufficio del Genio civile non aveva rilasciato le necessarie autorizzazioni in quanto il terreno in cui doveva sorgere il residence risultava particolarmente predisposto a dissesto idrogeologico, identificato a “pericolosità P2”, cioè a “probabilità elevata di riattivazione dei fenomeni franosi quiescenti e inattivi”.


Al  fine di agevolare la SAFAB nel portare a termine l’affaire di Sigonella fu chiesto l’intervento del geologo di Aci Castello, Giovanni Barbagallo, militante dell’Mpa (il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo) e, secondo gli inquirenti, personaggio legato agli “esponenti di primo piano della criminalità organizzata catanese e, specialmente, con Vincenzo Aiello, reggente provinciale di Cosa Nostra”. Tramite Barbagallo, gli amministratori della SAFAB entravano in contatto con i dirigenti dell’ufficio del Genio civile di Catania e con alcuni uomini politici, “quali l’on. Angelo Lombardo o il presidente della Regione Raffaele Lombardo”. “Il dottor Barbagallo si è occupato di seguire la pratica presso il Genio civile, anzi ricordo che mi disse che l’ingegnere capo, in quanto iscritto all’MPA, era particolarmente sensibile alle indicazioni dei suoi politici di riferimento”, ha spiegato Paolo Ciarrocca. “Barbagallo mi disse che sarebbe stato opportuno prendere contatti con un politico e poiché all’opera era comunque interessata l’amministrazione regionale siciliana, mi suggerì di prendere contatti con Angelo Lombardo dal momento che, mi disse, che parlare con lui era come parlare con suo fratello Raffaele, che invece era molto impegnato essendo stato eletto da pochissimo tempo ed era sostanzialmente irraggiungibile”. L’on. Angelo Lombardo aveva appena assunto l’incarico di segretario di Presidenza della Camera dei deputati e di membro della Commissione parlamentare alla difesa.


Fu lo stesso Barbagallo a procurare al direttore tecnico della società di costruzioni un primo appuntamento con il parlamentare, subito dopo le elezioni del 2008. “Andammo presso la segreteria di Catania, ma non riuscimmo a parlare con Lombardo per l’eccessiva confusione”, ha raccontato Ciarrocca. “Ricordo che Barbagallo entrò da solo nella stanza dell’onorevole e che subito dopo uscì e mi disse che sarebbe stato meglio incontrarlo con più calma a Roma. In effetti qualche giorno dopo presi appuntamento con la sua segreteria romana, ed ebbi l’incontro. Spiegai al Lombardo i termini della questione ma non ottenni altro se non generiche assicurazioni di disponibilità e la promessa di parlarne con il fratello e di farmi incontrare il capo del Genio civile di Catania, ingegnere Ragusa. Incontrai il Lombardo in altra occasione, sempre presso la sua segreteria romana. Mi suggerì di presentarmi ad un convegno del partito che si sarebbe tenuto presso l’hotel Marriot a Roma qualche tempo dopo. Nel febbraio 2009, andai al convegno, parlai con l’ingegner Ragusa alla presenza di Angelo Lombardo, ma il Ragusa mi disse che non sarebbe stato possibile in alcun modo autorizzare il cambio di destinazione urbanistica dell’area perché si trattava di zona a rischio esondazione. Credo che il rischio paventato dall’ingegnere capo del Genio civile fosse del tutto inesistente e peraltro nel luogo esiste un altro villaggio degli americani”.


Prima ancora d’incontrarsi con Lombardo, Paolo Ciarrocca aveva tentato di risolvere il problema relativo ai terreni di Belpasso con l’allora assessore regionale al territorio e ambiente, Rosanna Interlandi, segretaria provinciale dell’MPA a Caltanissetta. “La Interlandi mi fece incontrare il suo capo di Gabinetto che mi confermò che la competenza era effettivamente del Genio civile di Catania”, ha aggiunto Ciarrocca. Intanto si facevano più “frequenti” i contatti tra l’assessore regionale, tale Salvatore Cavaleri (persona di sua stretta fiducia), il geologo Barbagallo e i dirigenti della SAFAB. Il 16 maggio 2008 Giovanni Barbagallo comunicava telefonicamente all’ingegnere Fabio Vargiu, direttore dei cantieri della società romana, di essere riuscito a fissare un appuntamento a Catania con Angelo Lombardo. “Ho anche parlato con un mio amico, il geologo Placido, funzionario del Genio civile, proprio colui che sta istruendo la pratica per la realizzazione del villaggio a Belpasso”, aggiungeva Barbagallo. Il professionista si premurava di tenere costantemente aggiornato su tutti gli sviluppi dell’affare pure il “reggente” locale di Cosa nostra, Vincenzo Aiello. In particolare, nel week-end del 24 e 25 maggio, Barbagallo ospitava nella sua casa di campagna l’Aiello per informarlo sui contatti presi con gli amministratori della SAFAB. “Posso parlare sia con Angelo (Lombardo) che con l’ex assessore Interlandi, quella di Niscemi”, affermava Barbagallo. “La Interlandi mi ha mandato una grossa impresa di Roma, si chiama SAFAB, è venuto l’amministratore per parlargli, perché debbono fare un villaggio per gli americani... Loro sono venuti da me perchè hanno difficoltà con il Genio civile e con l’Assessorato territorio e ambiente e l’Interlandi come assessore non gliel’ha potuti risolvere. Gli ha detto però all’amministratore, l’unico che ti può risolvere questa storia ... una persona che è vicina a Raffaele, è Giovanni Barbagallo… E lui mi dice: di lei ci hanno parlato molto bene, cerchiamo una paternità politica.... Una paternità politica ve la do io, non vi preoccupate, gli ho detto. Tanto è vero che io ho parlato con Angelo, gli ho detto: “Angelo vedi che sono venuti quelli, ti interessa la discussione?” Dice: “Sì!...”.


Il 29 maggio 2008 Barbagallo si recava personalmente dal deputato MPA, ottenendo un appuntamento per i dirigenti SAFAB per il successivo 2 giugno nella segreteria politica di Viale Africa a Catania. All’incontro, come accertato dai magistrati, avrebbero poi partecipato il geologo, l’on. Lombardo, Paolo Ciarrocca e “forse, altre persone”. I rapporti tra il factotum e i dirigenti della società romana sarebbero poi proseguiti nei giorni successivi. Il 23 giugno Barbagallo si incontrava con l’ingegnere Vargiu nel distributore AGIP che sorge nei pressi della base di Sigonella per poi recarsi a visitare i terreni destinati ad ospitare il residence per i militari. Undici giorni dopo, in una conversazione telefonica con il geologo, Paolo Ciarrocca ribadiva ancora una volta che “l’interesse primario della SAFAB era risolvere i problemi insorti con il Genio civile” e che “aveva fissato un appuntamento a Roma con Angelo Lombardo”. Nel corso della telefonata, Barbagallo consigliava di ricordare al parlamentare di far prima una telefonata all’ingegnere capo del Genio civile, in modo che poi, andando lui stesso a parlare con i funzionari dell’ufficio, “si sarebbe trovato la strada un poco spianata”.


In realtà, l’iter per l’approvazione del progetto si arenava anche a seguito delle gravi vicende giudiziarie che avrebbero colpito da lì a poco la società edile e i suoi due amministratori-titolari, i fratelli Luigi e Ferdinando Masciotta. A seguito di un’ispezione della Prefettura de L’Aquila, il 14 novembre 2009, nel cantiere sito sull’altopiano delle Rocche, veniva ritirato alla SAFAB il certificato antimafia. A Palermo, invece, la società era finita sotto inchiesta per una presunta  tangente versata a un funzionario dei vigili del fuoco per un collaudo al parcheggio del Tribunale. Nell’agosto 2009 l’ingegnere Fabio Vargiu, Paolo Ciarrocca e i due fratelli Masciotta venivano raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare per il reato di corruzione nei confronti di due funzionari del Genio civile di Caltanissetta, destinatari di una tangente da 110 mila euro per sovrastimare la cifra che il Consorzio di bonifica di Gela avrebbe dovuto versare alla SAFAB a seguito di un contenzioso extragiudiziale per i lavori alla diga di Disueri. Il GIP, nel motivare le esigenze cautelari, sottolineava che i Masciotta “cercano pure di accreditarsi con importanti esponenti del Movimento per l’Autonomia” (MPA) e in particolare con il presidente della Regione Sicilia, Lombardo Raffaele”.


Ad allarmare particolarmente gli inquirenti erano però i “rapporti di natura sinallagmatica mantenuti dalla SAFAB con l’organizzazione mafiosa, “tramite Angelo Santapaola prima e Enzo Aiello poi”, i quali curavano “da un lato la messa a posto dell’impresa non solo nel catanese ma forse anche a Palermo e, dall’altro, operando affinché la stessa potesse aggiudicarsi importanti affari, per poi concedere in subappalto vari lavori ad imprenditori organici o comunque vicini all’associazione medesima”. In un interrogatorio del maggio 1998, anche l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra, Angelo Siino, aveva ammesso di aver curato personalmente la “messa a posto” della SAFAB “su incarico del noto mafioso Cataldo Farinella, imprenditore di Gangi”. Gli inquirenti hanno pure accertato che l’impresa romana aveva mantenuto contatti con le associazioni criminali “competenti” per territorio, tramite il costruttore gelese Sandro Missuto. A partire del 2000, le ditte del Missuto erano state impegnate in quasi tutti i lavori effettuati in Sicilia dall’azienda romana. Sandro Missuto si era pure aggiudicato il subappalto per la realizzazione del termovalorizzatore di Bellolampo e i lavori di scavo nella vicina discarica dove la SAFAB smaltiva illegalmente residui di amianto. In proposito, il collaboratore di giustizia Gaspare Pulizzi, nell’interrogatorio reso il 15 febbraio 2008, riferiva che per i lavori di Bellolampo, l’imprenditore di Gela si era “messo a posto” con la famiglia mafiosa dei Lo Piccolo “tramite Angelo Santapaola”.


Nel luglio 2009 Sandro Missuto veniva arrestato su provvedimento del GIP di Caltanissetta per aver “fatto parte dell’associazione mafiosa operante in Gela e diretta da Daniele Emmanuello, deceduto il 3 dicembre 2007 a seguito di un conflitto a fuoco con la Polizia”. Particolarmente rilevante per le indagini fu il ritrovamento nell’esofago di Emmanuello, durante l’autopsia, di un pezzino che lo stesso aveva ingoiato mentre tentava di sfuggire alle forze dell’ordine, in cui si faceva riferimento a “Sandro”, identificato proprio in Sandro Missuto, ed a dei lavori per una condotta della rete idrica collegata alla diga di Desueri (altra opera targata SAFAB). Nel corso delle indagini è tuttavia emerso che la società romana, prima di “affidarsi” a Sandro Missuto, curava la “messa a posto” dei lavori in Sicilia direttamente tramite il suo amministratore, l’ingegnere Luigi Masciotta che - come racconta Missuto al padre in una conversazione ambientale del 2004 - “andava da solo a parlare con i boss di Catania, ai quali portava ingenti somme di denaro”. In una nota della DIA di Caltanissetta, richiamata nell’ordinanza nei confronti di Missuto, compare però un particolare ancora più inquietante. A seguito dell’omicidio del giudice Paolo Borsellino e del personale della sua scorta, veniva accertato che “la SAFAB aveva affittato, circa dieci giorni prima della strage, un appartamento proprio nella stesso stabile in cui abitava la madre del magistrato in via D’Amelio, avanti al quale fu fatta scoppiare una potente auto-bomba nel 1992”. E non solo. Qualche giorno prima dell’eccidio, scrivono gli inquirenti, “in quell’appartamento furono attivate due linee telefoniche che, forse, furono utili agli attentatori”.


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di Antonio Mazzeo


Nuclei composti da 5 fucilieri del Reggimento San Marco da imbarcare nelle unità mercantili italiane e proteggerle dagli attacchi dei pirati a largo delle coste della Somalia. È quanto prevede il progetto elaborato in gran segreto dalla Marina militare in collaborazione con la Confederazione Italiana Armatori (Confitarma), e presentato 5 mesi fa al Presidente del Consiglio e ai ministri degli Esteri e della Difesa per la sua approvazione. Le regole d’ingaggio sarebbero in via di definizione da parte di un “tavolo tecnico” a cui partecipano gli alti comandi della Marina e i rappresentanti delle società di navigazione, ricalcando quanto sperimentato nelle acque del Golfo di Aden da Francia e Belgio, unici paesi europei ad aver autorizzato sino ad oggi l’invio di militari anti-pirati a bordo delle navi mercantili.


L’inedita partnership armatori-forze armate è stata annunciata da Stefano Messina, amministratore delegato del gruppo genovese “Ignazio Messina e C.” e vicepresidente di Confitarma. “Abbiamo spinto noi perché, a fronte di un primo atteggiamento più prudente che prevedeva solo modalità passive per difendersi dagli attacchi dei pirati (l’uso di filo spinato, ultrasuoni, idranti, ecc.), si arrivasse ad una presa di posizione più decisa”, ha dichiarato Messina. “Abbiamo così condiviso questa azione con la Marina militare per mettere in atto azioni di difesa, con presenza di militari formati, pagati dagli armatori, a bordo delle navi mercantili. Il rafforzamento della sicurezza comporterà costi importanti, ma saranno sicuramente inferiori rispetto a quelli per i provvedimenti sino ad ora presi, a partire dall’allungamento dei viaggi di 4-500 miglia e che solo per la nostra società comportano una spesa di quasi 10 milioni di euro all’anno”.


Le nuove modalità d’impiego di uomini, mezzi e tecnologie “per sconfiggere i pirati del mare” sono state al centro di un convegno organizzato nei giorni scorsi a Roma dall’Istituto Italiano di Navigazione e da Confitarma, presenti gli alti comandi di Marina militare, Guardia costiera, Guardia di finanza ed Arma dei carabinieri più alcuni manager di Finmeccanica, la holding a capo del complesso militare-industriale italiano. E se l’ammiraglio Fabio Caffio, ispettore dello Stato Maggiore della Marina, ha ribadito la disponibilità ad impiegare i marines del San Marco su navi e petroliere, armatori e militari si sono detti pronti a studiare ulteriori iniziative di contrasto alla pirateria, a partire dell’utilizzo dei più recenti sistemi tecnologici prodotti da Selex Sistemi Integrati, società presente al meeting di Roma. “Da sempre Selex Sistemi Integrati si occupa di contrastare le minacce in mare e la pirateria è certamente una di queste”, ha spiegato l’ingegnere Marina Grossi, amministratrice delegata della società e moglie di Pier Francesco Guarguaglini, presidente di Finmeccanica. “Sinora abbiamo realizzato con le forze che operano per la sicurezza e la difesa a mare, come la Marina militare, la Guardia costiera, la Guardia di finanza e molti altri enti, sistemi di missione per tutte le classi di imbarcazioni”.


Nel giugno 2009, Selex ha installato in Yemen un sistema integrato di monitoraggio del traffico navale che copre 450 km di costa, dal Mar Rosso al Mare Arabico. Il sistema, denominato Yemeni national vessel traffic monitoring, si basa su centri di comando e controllo e su sensori terrestri per la sicurezza del traffico marittimo che si integrano con i sensori istallati sulle navi in transito. Un modello “anti-pirateria” e “anti-migranti” che l’azienda italiana spera di esportare ai paesi del Corno d’Africa e della penisola arabica, congiuntamente al “sistema di difesa portuale” denominato Archimede la cui sperimentazione è iniziata nel settembre 2009 presso l’Arsenale navale di La Spezia. “Si tratta di un sistema che si ispira al metodo studiato da Archimede per difendere la città di Siracusa dagli attacchi via mare ed è concepito per una protezione dalle minacce asimmetriche”, hanno dichiarato gli ingegneri di Selex nel corso di una recente conferenza sulle “metodologie non letali per l’individuazione e il contrasto di terroristi, pirati, contrabbandieri e trafficanti di esseri umani”, organizzata a Carrara dal NURC, il Centro di Ricerche Sottomarine della NATO. “La maggiore innovazione del programma Archimede è quella di poter operare a livello multi-ambientale, in acqua, sulla superficie e in aria, anche con i veicoli senza pilota che rappresentano la nuova frontiera del settore”.


Sono più di una trentina le unità militari dell’Unione europea (operazione Atalanta), della NATO, dell’US Navy e della task force multinazionale Joint Maritime Forces and Combined Task Force 151 che pattugliano le acque del Corno d’Africa. In funzione anti-pirati viene pure utilizzato saltuariamente il Gruppo Navale Permanente SNMG 1 (Standing Nato Maritime Group 1), la componente navale della Forza di Reazione Rapida della NATO, da un mese a questa parte sotto comando italiano. Nonostante l’escalation della presenza militare internazionale gli attacchi dei “pirati” sono cresciuti in numero e intensità. Secondo l’International Maritime Bureau di Londra, lo scorso anno si sono verificati 53 sequestri di mercantili (1.181 membri di equipaggio), buona parte dei quali in acque somale. E mentre in Italia ammiragli, industrie belliche e armatori stringono un’alleanza per intensificare gli interventi armati contro i pirati, a Washington il Government Accountability Office (GAO) esprime forti perplessità sulle azioni di contrasto sino ad oggi realizzate dalle unità militari USA. “Il governo degli Stati Uniti non sta controllando in modo sistematico i costi o l’efficacia delle sue operazioni anti-pirateria in Somalia e intanto gli attacchi aumentano e si estendono all’Oceano Indiano”, scrive il GAO in un rapporto dell’ottobre 2010. “Gli analisti della difesa stimano che per coprire l’intera area interessata dalla pirateria sarebbero necessarie più di 1.000 navi da guerra equipaggiate con elicotteri, numero che va oltre i mezzi che le marine mondiali sono in grado di fornire. Per questo è necessario rivedere le strategie e il piano di azione elaborati nel 2008 per adeguarli alle odierne condizioni e priorità”.


Le ragioni del fallimento internazionale nel contrasto della pirateria sono state analizzate pure da un documento presentato a fine gennaio 2011 al Consiglio di Sicurezza da Jack Lang, consulente-delegato del Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon. “Lo status odierno non è più sostenibile e sono necessarie azioni urgenti che includano nuovi provvedimenti legislativi per punire i pirati, la costruzione di prigioni, lo scambio d’informazioni tra i paesi sulle caratteristiche del fenomeno, il monitoraggio finanziario e nuove sanzioni delle Nazioni Unite”, scrive Lang. “Il 90% dei pirati catturati vengono poi rilasciati per l’incapacità di processarli o incarcerarli. Per questo si raccomanda l’implementazione di tre nuove corti specializzate, due nelle regioni semiautonome di Puntland e Somaliland e la terza con giurisdizione sulla Somalia in Tanzania. È altresì importante che si continui a finanziare internazionalmente gli interventi anti-pirateria, così come la realizzazione di un tribunale speciale di massima sicurezza a Mombasa, Kenya, che possa essere utilizzato specificatamente per casi di pirateria e gravi comportamenti criminali”. Per Jack Lang, il danno economico generato annualmente dalla pirateria nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano va valutato in oltre 7 miliardi di dollari, in termini di minori ingressi per le società di navigazione, rincari delle polizze assicurative e spese per il dislocamento delle navi da guerra. Restano fuori dai conti i milionari contratti stipulati dagli armatori con le aziende di sicurezza privata e quelli per l’acquisto di cannoni, armi “non letali” e sistemi d’allarme vari.


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Mercoledì ero in Romania, dovevo andare da un mio cliente verso Craiova, e per la prima volta ho deciso di fermarmi ad ammirare questo capolavoro che sorge a soli 18 km dal mio ufficio (situato a Targu Jiu). Sembra proprio una scherzo del destino... da notare il cartello che contassegna la località.

Saluti.

Raoul



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di Antonio Mazzeo

“La nostra missione è promuovere la dignità della persona attraverso la cooperazione allo sviluppo nel solco dell’insegnamento della dottrina sociale cattolica”. Si presenta così una delle maggiori organizzazioni non governative italiane, la Fondazione AVSI (Associazione Volontari per il Servizio Internazionale), 29 milioni di euro nel bilancio 2009 e oltre 100 progetti di sviluppo in 38 Paesi di Africa, America Latina, Asia ed Est Europa.

Dicembre ha regalato all’AVSI una invidiabile visibilità mediatica. Diversi i servizi dedicatele da Rai e Mediaset, decine gli articoli nei maggiori quotidiani nazionali. A catturare consensi ed attenzione l’operazione “Quattro stelle per l’Uganda” che, a fianco della Ong, ha visto operare “per la prima volta insieme”, medici ed infermieri di Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare ed Arma dei Carabinieri. “Quattro stelle” perché sono state quattro le forze armate impegnate in terra d’Africa nel progetto con la Fondazione AVSI, con tanto di patrocinio della Cooperazione Italiana per lo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri (Mae). “La missione, coordinata dalla Direzione Generale della Sanità Militare, è stata pianificata dal Comando Operativo di Vertice Interforze (COI) dello Stato Maggiore Difesa, che ne detiene anche il comando operativo”, spiegano al Mae. “Il coordinamento dei voli militari di andata e ritorno con l’Uganda è stato effettuato dalla Sala Situazioni dello Stato Maggiore Aeronautica, utilizzando un velivolo C-130J della 46^ Brigata Aerea di Pisa. La Cooperazione Italiana ha invece fornito il supporto logistico per gli spostamenti via terra”. (leggi tutto)


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L'appello dell'Associazione Nazionale Partigiani d’Italia
Sezione Giaveno-Valsangone “Sergio De Vitis”

Costituiamo comitati popolari cittadini per il 150° dell’unità d’Italia
Esponiamo a finestre e balconi il tricolore
Divulghiamo e diffondiamo la Costituzione

L’A.N.P.I. Giaveno-Valsangone “Sergio De Vitis” fa appello a tutti i cittadini italiani, individualmente o nelle diverse formazioni sociali o politiche, affinché nel maggior numero di Comuni si creino comitati popolari cittadini per il 150° dell’unità d’Italia attraverso cui possa manifestarsi la ricca pluralità di forme, voci e culture, tratto fondante della nostra identità democratica e nazionale.

I comitati popolari cittadini sono aperti a ogni Italiano e a associazioni, circoli, comitati, movimenti, partiti, sindacati, ordini professionali, scuole, biblioteche, istituzioni, ecc., purchè rispettosi dei valori d’uguaglianza, libertà e giustizia sociale sanciti dalla nostra Costituzione, in modo che ognuno trovi modo e spazio per esprimere il proprio essere italiano attraverso iniziative, idee e proposte e, insieme ai suoi concittadini, possa contribuire ad un coinvolgente e variegato programma locale di attività.

In consonanza con la Costituzione a cui ci ispiriamo, fine dei comitati popolari cittadini è la libertà e la dignità dell’individuo, la tutela e lo sviluppo della persona attraverso lavoro, istruzione e cultura, la salvaguardia del bene comune e l’incremento del servizio d’interesse collettivo, la partecipazione e la solidarietà nella vita politica, economica e sociale della comunità, il rilancio del significato e dell’azione della Re Publica e dello Stato.

I comitati popolari cittadini intendono far sì che, tralasciando la vuota retorica autoreferenziale, le manifestazioni del 150° siano occasione per riconsiderare il nostro passato in modo approfondito, valorizzando pagine ideali e rimarchevoli come Risorgimento e Resistenza, non a caso definita nuovo Risorgimento, e che trovano alto suggello nella Costituzione, ma affrontando con profonda onestà intellettuale anche i clamorosi vuoti di co-scienza civile della nostra storia responsabili, fra l’altro, della questione meridionale, delle sanguinarie repressioni popolari, delle oppressioni coloniali, della carneficina della 1a guerra mondiale, della follia fascista e repubblichina, delle stragi di Stato, della stagione terrorista, fino alle immorali pagine odierne.

Sull’esempio dei patrioti risorgimentali e della Resistenza i comitati popolari cittadini intendono infine rinnovare il proprio impegno per dare al nostro Paese un avvenire giusto e civile in cui ogni individuo riesca con piena dignità ad accedere allo sviluppo della propria persona e alla completa partecipazione alla vita sociale. A tal fine, con ponderazione e lungimiranza, rivolgiamo interesse anche all’Italia che intendiamo costruire in conformità con la Costituzione, rivendicandone anzitutto la completa attuazione.
Per tali motivi i comitati popolari cittadini s’impegnano per l’intero anno a divulgare e diffondere in ogni sede la Costituzione e ad esporre e far esporre su balconi e finestre il Tricolore conservandolo per esporlo in seguito in occasione delle feste nazionali e ogniqualvolta si riterrà opportuno manifestare il proprio attaccamento ai valori fondanti dello Stato repubblicano.

Proponiamo in ultimo a simbolo del 150° dell’unità d’Italia l’Ossario dei Caduti partigiani di Forno di Coazze dove riposano un centinaio di partigiani di quasi tutte le regioni Italiane e di vari stati esteri, differenti per età, genere, religione, opinione, cultura e condizione, ma strettamente uniti nella volontà di riscatto dalla vergogna a cui il regime nazifascista aveva condotto l’Italia e nell’intento di lasciare ai propri compagni e ai propri posteri una società civile libera, democratica e di alto profilo morale. Invitiamo ogni comitato ad individuare sul proprio territorio simboli analoghi.

Per una Italia dal basso che dia veramente voce ai suoi cittadini.
Per una autentica consapevolezza della nostra storia.
Per l’affermazione dei valori civili della Resistenza.
Per la piena attuazione della Costituzione.
Per un presente e un futuro di dignità umana, di giustizia sociale e di democrazia.

Per contatti: ANPI Giaveno/Valsangone “Sergio De Vitis”, cell. 335/66.99.043,
mauson@libero.it



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da Associazione Gestione Corretta Rifiuti e Risorse di Parma – GCR

Noi guardiamo all’Europa, all’Europa virtuosa, che mette a braccetto raccolta differenziata ed incenerimento. E’ il Verbo di Enia-Iren, più volte fatto proprio nelle pubblicazioni pro inceneritore oppure sparso nelle trasmissioni come formula propiziatoria. Così se all’Europa virtuosa guardiamo, è ora di ripensare il progetto inceneritore. Leggiamo infatti sul sito del governo italiano un articolo della rivista Liberal, che racconta la missione in Germania della Commissione sulle Ecomafie.
A parlare è Gaetano Pecorella: “Berlino chiude gli inceneritori, noi siamo ancora alle discariche”, “La nostra strategia con i rifiuti è superata: per il futuro si dovrà puntare sul riutilizzo dei materiali, sviluppando la fase del recupero”.

Sarà stata l’associazione Gcr ad aver messo una polverina nella bevanda del Pecorella? Potrebbe anche essere, fatto sta che anche il giornalista Franco Insardà, da Roma, fa parlare l’esponente del governo in gicierrese: “Sono in Germania con la commissione. Qui i termovalorizzatori sono quasi superati e noi stiamo ancora a discutere di discariche”.

Gaetano Pecorella, alla guida della commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, è in Germania per “vedere se esistono infiltrazioni della criminalità organizzata o condotte di rilevanza penale, soprattutto in relazione ai trasferimenti dei rifiuti provenienti dalla Campania negli anni 2006 e 2007, per le quali si sono aperte delle inchieste”.

“La Germania è sicuramente interessata ai rifiuti italiani, perché ha costruito un sistema industriale di termovalorizzatori che oggi non riescono più a funzionare a regime soltanto con i rifiuti locali. L’Olanda è il Paese che ne porta di più, mentre l’Italia in questo periodo non ne sta trasferendo. La Campania ha fatto una dichiarazione d’intenti, condizionata alla capacità o meno di risolvere autonomamente il problema dello smaltimento dei rifiuti”.

Nel prossimo futuro Silvio Berlusconi rilancia gli inceneritori, una soluzione che però Pecorella dichiara superata: “Direi residuale, perché si dovrà puntare sul riutilizzo dei materiali, sviluppando la fase del recupero. È l’obiettivo, per esempio, che hanno in Germania è quello di arrivare al 90 per cento del riutilizzo. Il futuro è questo.Noi non possiamo aggiungere niente, è tutto perfetto.

Parma, 27 novembre 2010

-526 giorni all’avvio dell’inceneritore di Parma, ORA lo possiamo fermare.


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